Interviste

DI JACK SPARRA

"...il Funk Shui Project sta iniziando a illuminare il tunnel."



Ok, la condizione attuale del rap in Italia è nota a tutti: stiamo iniziando ad assistere alla parabola discendente, dopo anni di vacche grasse in cui il genere si è imposto al palinsesto nazionalpopolare, caratterizzati dall’ineluttabile saturazione del mercato, con i suoi passaggi in TV, le occupazioni dei reality show e la proclamazione della legge marziale dei grossi numeri.
E proprio quando pensi che ci sia bisogno di un reboot della scena, arriva questo disco a farti ben sperare, ed è il disco di una band a tutto tondo, non il sedicente avvento di un nuovo messia. Vedete, quello che purtroppo caratterizza una larga fascia di produzioni hip hop italiane è la mancanza di una misura. O si risulta troppo stupidi, annacquando quel sano lato ignorante che fa parte dello spirito originario, o ci si prende troppo sul serio - e in taluni casi i due difetti si presentano contemporaneamente. Beh, se qualcuno voleva una via d’uscita da tutto questo, il Funk Shui Project sta iniziando a illuminare il tunnel.


Partiamo dall’inizio. Cos’è il Funk Shui Project, e in che modo è cominciata quest’avventura?

Anzitutto è un piacere per noi che questo lavoro possa addirittura rappresentare una speranza, cosa che non era e non è ovviamente nei nostri piani considerando che, come giustamente è stato sottolineato, non siamo ma soprattutto non sentiamo il bisogno di rappresentare nessuna discesa in terra di qualsivoglia rappresentazione o messaggio messianico. Detto ciò: che cos’è Funk Shui Project... Sicuramente, in soldoni, il nostro disco rappresenta in toto il nostro suono, o meglio, quello che è il nostro suono oggi. A voler essere più specifici, è un collettivo nato come duo di produttori evolutosi in una vera e propria hip hop band per esigenze produttive e di naturale processo di aggregazione, cosa abbastanza consueta tra chi normalmente fa musica con gli strumenti.


Una delle possibilità di questo disco è quella di riaprire gli orizzonti dell’hip hop italiano ad un pubblico che ormai da tempo si è allontanato da esso, relegandolo, a ragione o a torto, a “musica per adolescenti tamarri”. Quanto è importante riconquistare l’ascoltatore che cerca della roba – banalizzo – “adulta”, così come potersi introdurre in circuiti musicali differenti da quelli coi quali deve giocoforza confrontarsi chi fa questo genere?

La domanda è intelligente quanto spinosa. Noi facciamo musica non semplicemente per il gusto di ascoltarcela in studio ma anche per trarne un feedback, è evidente. Da outsider della scena per certi versi il confronto con una mentalità più underground o più mainstream non ci ha mai spaventato, perché di fondo la scelta di portare il nostro prodotto in certi canali piuttosto che in altri non ha mai rappresentato per noi la necessità di un compromesso stilistico.
Abbiamo sempre preteso e continuiamo a pretendere che sia la qualità della nostra musica a parlare per noi.
Ovviamente, come sempre e come in tutti gli ambienti, le scelte fatte, rapportate anche ai mezzi a disposizione, possono fare la differenza nel bene o nel male; siamo convinti che Funk Shui Project sia un prodotto udibile ed apprezzabile sia da un ascoltatore critico e radicato tanto quanto da uno che magari di realness, old school e chi più ne ha più ne metta non ne sa e magari non vuole saperne nulla.


Le sonorità gonfie di funk e soul lascerebbero, teoricamente, campo libero a tematiche più leggere, spensierate, festaiole. Niente di più sbagliato, Willie Peyote ci va giù caustico, ma mai fine a sé stesso. Da dove nasce questa sostanziale disillusione e onesta misantropia? Il filo degli argomenti del disco è stato in qualche modo preventivato, o ve lo siete ritrovati in mano in modo naturale?

Ad esser sinceri non abbiamo minimamente cercato e tantomeno trovato un filo argomentativo tra i brani, ma non perché non ci sia o non si possa trovare, quanto più perché è stato semplicemente il risultato - riguardo i momenti di composizione - di un grosso “stream of consciousness” da parte di tutti e di Willie in primis. Dopo “Il problema non è”, man mano che scriveva i brani che avrebbero poi composto il disco, c’è sempre stata complicità quasi da silenzio-assenso, visto che ogni volta che partiva la rec session delle strofe i cenni d’intesa si sprecavano. Per quanto concerne l’aura di nichilismo e presa male che ci portiamo dietro, è figlia sicuramente del nostro vissuto quotidiano, ci piacerebbe tanto poter fare i bohèmien senza pensieri, ma non possiamo ancora permettercelo!


Più che dei vostri progetti futuri, mi interessava chiedervi quale sarà la prossima evoluzione del gruppo, e in quali direzioni vorreste spaziare.
Più che evoluzione forse potremmo dire dimensione.

Quella live nella fattispecie; crediamo fermamente che sia quello il vero campo da gioco, dove devi fare i conti con le emozioni e le suggestioni del momento e dove puoi e devi confrontarti con la “fotta” che hai messo nei dischi in studio, al caldo. Questa dimensione per l’appunto è un aspetto che nel nostro caso dà esattamente quello che manca nel momento in cui, ascoltando il disco, pensi “Wow! Ma suonano dal vivo?”.
Noi lo facciamo, e non da ieri, e non solo come Funk Shui Project tra l’altro. Sia live che in produzione sicuramente non abbandoneremo mai determinati segni particolari che contraddistinguono il nostro modo di concepire la musica, ma cosa c’è di più bello della ricerca di qualcosa di nuovo, anche solo di un suono? Ci sono migliaia di possibilità nell’universo Funk Shui Project, tutte sotto il segno del groove, ovviamente.

Jack Sparra

ARTICOLO TRATTO DAL NUMERO 13 - FEBBRAIO 2015



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