Interviste

di Giovanni Salis

Francesco Motta, cantautore e polistrumentista toscano, dopo anni di militanza nella scena underground, ha raggiunto il grande pubblico con il suo primo album solista La fine dei vent'anni vincendo la Targa Tenco 2016 per la miglior opera prima.



L'ex leader dei Criminal Jokers - storica indie band livornese con due dischi all'attivo - ha collaborato, tra gli altri, con Nada, Il Pan del Diavolo, Giovanni Truppi e gli Zen Circus e la scorsa estate ha chiuso il suo lunghissimo tour che ha toccato le principali città e i festival di tutta Italia.

Partiamo dal Tenco dove sei stato premiato sul palco del Teatro Ariston durante la quarantesima edizione. Dopo il premio speciale MEI dell'anno scorso come miglior artista indipendente ti aspettavi che il tuo progetto solista ottenesse subito questo consenso da parte della critica?

Insomma, ci speravo. Lo dico perché la genesi del disco è stata lunghissima: ogni nota, ogni parola, è stata pensata, scelta, modificata, ritornando a volte sulle idee iniziali. Dietro c'è stato tantissimo lavoro e un piglio critico, a volte veramente esagerato, ma credo che questo si senta e che quello che volevamo trasmettere sia arrivato agli ascoltatori. Questa vittoria mi rende ancora più felice perché è arrivata, tra l'altro, da una giuria composta da giornalisti a larga maggioranza molto più grandi di me.


La fine dei vent'anni ha coinciso con l'abbandono dei Criminal Jokers e delle sonorità rock più aspre, e l'inizio di un percorso solista dai toni più intimi e cantautorali. Come ti senti rispetto al ragazzo che ha suonato la batteria per dieci anni in una band? L'inizio della carriera solista era un passaggio obbligato o è successo qualcos’altro?

In tutti questi anni ho anche suonato per altri musicisti e ho lavorato come fonico. Diciamo che a un certo punto c'era l'esigenza di metterci la faccia, quindi è venuto da sé, forse sono stati addirittura i miei compagni di band i primi a consigliarmi di fare questa cosa, forse perché si volevano liberare di me, non lo so! (ride ndr). Mi fa piacere che adesso siamo ancora più amici di prima, c'è un bellissimo rapporto tra di noi. Non vorrei essere banale ma ho condiviso tanto con loro e sono stati miei compagni di viaggio per tantissimo tempo. Tra l'altro, a breve ci sarà un evento speciale in cui ci ritroveremo insieme sul palco per suonare nuovamente diversi pezzi. Per il momento non posso dire di più, ma il gruppo non si è sciolto con la mia uscita: è come quando ci si lascia con una ragazza e non si vuole mai dire che è finita, dai!

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Il tuo disco può essere definito un concept? Ascoltandolo sembra di scorgere un filo comune che lega tutte le canzoni.

Sì, penso che sia così. Certo, è partito tutto da me, dal mio vissuto, i brani sono storie che parlano di me, e se un filo conduttore c'è e lo dobbiamo cercare, forse lo si trova nella visione lucida che c'è stata e che fa parte di questo periodo della mia vita.


Che ci dici a riguardo di Mio padre era un comunista, il brano dedicato a tuo padre?

Diciamo che ho fatto la cosa più difficile di tutte, che è stata dire la verità, perché non è facile parlare bene dei propri genitori, soprattutto quando fai parte del mondo della musica. Però penso che spesso, laddove ci sono persone che si vantano del fatto di non essere capiti dai genitori, è perché non c'è un cazzo da capire, ecco. Io invece mi vanto e sono orgoglioso di aver avuto dei genitori che mi hanno sempre supportato e sostenuto in tutto quello che ho fatto, anche negli errori. È sicuramente uno dei pezzi del disco a cui sono più affezionato.


Che ruolo pensi abbia oggi il cantautore, e l'artista in generale, nella società?

Secondo me ha un ruolo fondamentale, ovviamente è sempre più difficile negli ultimi anni prendere posizione e dire quello che si pensa, perché è sempre meglio non farlo: che si parli di musica o di politica. Secondo me ciò che va fatto adesso è prendere una posizione e dire quello che si pensa, anche solo se si tratta di canzoni d'amore. Mi viene in mente la citazione “chi non è né di destra, né di sinistra, sicuramente non è di sinistra”... ci tengo quindi a precisare che io sicuramente non sono di destra!
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foto di Claudia Pajewski


E a proposito di politica, hai suonato ad un concerto dedicato a Federico Aldrovandi. Come mai hai partecipato e cosa pensi di quella tragica vicenda?

Per me è stato un onore, e un motivo di orgoglio. Ho avuto la fortuna di conoscere la madre di Federico, Patrizia Moretti, una donna forte che continua a lottare per ottenere verità e giustizia, con un'energia pazzesca che mi ha veramente impressionato, scioccato. È stato bello fare questa cosa insieme ad amici che la pensano come me, come Giorgio Canali, gli Zen Circus, Giovanni Truppi e altri, la dovremmo fare più spesso, però già il fatto che ci ritroviamo lì una volta all'anno a ricordare un delitto che è avvenuto ad opera dello Stato è importante. Il ruolo del musicista, nel nostro piccolo, è anche quello di denunciare e sensibilizzare episodi terribili come questo, anche se quello che facciamo noi è solo un milionesimo della battaglia che porta avanti la sua mamma.



C'è un artista in particolare, con cui ti piacerebbe collaborare in futuro?

La persona con cui mi piacerebbe di più collaborare nel prossimo disco è Salmo, è il mio preferito in assoluto tra gli artisti italiani attualmente, e il suo disco è quello che ho ascoltato di più quest'anno. Poi conosco da tanto tempo Iosonouncane e con lui c'è un rapporto di stima reciproca, ci vogliamo bene insomma.


Hai mai pensato alla dimensione letteraria? I tuoi testi hanno una sorta di liricità, anche slegati dalla musica. Ti è mai venuto in mente?

Per ora non ci ho mai pensato, anche perché di solito per fare un disco ci metto almeno cinque anni, quindi se dovessi fare un libro ce ne dovrei mettere almeno venticinque! Comunque grazie per il suggerimento, ci penserò...

Giovanni Salis

Underground X numero 17 - ottobre 2017

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