Interviste

di Gianpaolo Cherchi

Band sassarese formatasi nel 2015, gli Egon hanno già all’attivo tre album. Con Il Cielo Rosso è Nostro e con il successivo 100000 km di vene hanno iniziato a farsi conoscere per il loro rock cantautorale dalle forti tinte gotiche e dalle sonorità glaciali. In occasione dell’uscita del loro terzo album Leicht abbiamo incontrato Marco e Marcello per sapere qualcosa di più sul loro progetto, sulle loro ispirazioni e sulla loro personale visione della musica in generale.


Ascolta su spotify.com il brano "Nove Aprile"

Tre dischi in meno di tre anni, dopo Il Cielo Rosso è Nostro e 100000 km di vene ecco Leicht, vostra terza fatica. Diteci un po’ il perché di questo titolo particolare. Perché proprio un termine tedesco?

Il titolo è venuto quasi alla fine della fase creativa e compositiva delle canzoni. Cercavamo qualcosa che potesse sintetizzare al meglio le sfumature di ogni canzone e questa parola, che suona così pesante e marziale nasconde invece un significato praticamente opposto, “leggero”. Questa sorta di ossimoro racchiude in pieno le nove tracce dell’album; una delle chiavi di lettura che probabilmente si nota subito è il riferimento al romanzo di Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere.
In un certo senso Leicht sfida l’insostenibilità del vivere, cercando soluzioni possibili all’impreparazione che ognuno di noi ha di fronte a quello che ci si presenta nell’arco della nostra unica vita: non siamo mai pronti a nulla, non sappiamo mai quale sia la decisione migliore da prendere.
Nei nostri dischi mettiamo sempre una frase o citazione, un’epigrafe che può aggiungere un’ulteriore chiave di lettura e questa volta abbiamo preso in prestito una frase di Fernando Pessoa: «Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n'è stato un altro uguale al mondo. L'identità è solo nella nostra anima». Forse la leggerezza sta proprio qua: qualunque scelta si è deciso di prendere, nessun ricordo o rimpianto potrà appesantirci, se riusciamo ad essere altro da noi stessi, perché ogni giorno che vivremo sarà sempre diverso e noi dovremo esserlo con lui.


Marco Falchi - Foto di Antonello Franzil


Fin dagli esordi vi siete presentati con un’identità ben precisa: una miscela di darkwave, folk e noise con una vocazione cantautorale. In Leicht l’impressione è che vi sia una maggiore caratterizzazione biografica rispetto ai lavori precedenti, più cura dell’aspetto propriamente cantautorale. È solo una mia impressione?

Ne Il Cielo Rosso è Nostro, i testi sono enigmatici e le sonorità volutamente eterogenee, come a ritrarre in canzoni l'epigrafe di Egon Schiele «Io dipingo la luce che emana da tutti i corpi.». 100000 km di vene invece, è sicuramente un album sanguigno, dove si mostra la condizione umana per quella che è realmente: siamo fatti di cellule, impulsi e sentimenti, con occhi che osservano e labbra che sognano, invisibili e di passaggio, concetto riassunto dalla frase di Julio Cortázar: «Camminavamo senza cercarci pur sapendo che camminavamo per incontrarci». Rispetto ai primi due album, Leicht ha una struttura compositiva leggermente più articolata e, allo stesso tempo, più esplicita dal punto di vista della scrittura, ed è probabilmente questo che gli conferisce questi tratti più marcatamente cantautorali. Le canzoni di Leicht, sono come foglietti di carta con qualcosa di scritto sopra, piegati piccoli e nascosti in qualche intercapedine di una porta, come accade nel film di David Lowery A Ghost Story, cose da ricordare, un pezzo di noi lì ad aspettare.

Un aspetto che merita di essere sottolineato nel vostro lavoro è la cura degli arrangiamenti: le strutture melodiche sono semplici e lineari, ma la sensazione è di non ascoltare mai qualcosa di già sentito. Ci avete pensato in fase di composizione o è il risultato della produzione artistica successiva?

(Risponde Marcello) Arrivati al terzo lavoro in studio direi che ormai il nostro metodo di lavoro sia abbastanza rodato. Tutto nasce dalle composizioni voce e chitarra di Marco, e una volta capito quale possa essere l’atmosfera generale, io metto in piedi le ritmiche. Questo porta a rivedere le strutture melodiche e in alcuni casi le linee vocali ma, grazie all’infinita pazienza di Marco, Franz e Davidone, la cosa non è mai stressante. Fatto questo, aggiungiamo tutto ciò che riteniamo opportuno scegliendo i suoni migliori che diano profondità, colore e gradazione adatte alle canzoni e infine registriamo una pre del disco. Poi non resta che entrare in studio e continuare a divertirsi.


Marcello Meridda - foto di Antonello Franzil


Da cantautore che opinione hai dell’attuale panorama italiano? Pensi che sia ancora possibile fare del cantautorato in grado di mandare messaggi importanti, anche dal punto di vista sociale? E che ruolo gioca l’hype mediatico?

«Cosa pretendi da un paese che ha la forma di una scarpa?» cantava Freak Antoni degli Skiantos nel 1993. Da quegli anni in poi pian piano, questa nazione, seppur sfornando un’alta qualità artistica e musicale, ha imboccato la strada del declino culturale... qualcuno ha resistito e tutt’ora resiste. Ma credo che oggi la maggior parte si adegui ai tempi in cui viviamo. Non vedo quasi nulla che abbia spessore artistico, la tecnologia e i nuovi social media oramai danno una possibilità a chiunque e questo causa un abbassamento drastico della qualità: ci si ritrova ad ascoltare cose che anni fa le etichette indipendenti avrebbero buttato nel cesso. Oggi per lo più si sfornano personaggi e non veri artisti, e di questo ne risente il fattore comunicativo, quasi privo di ricerca e a tratti imbarazzante. Per fortuna esistono ancora band e cantautori che non si adeguano a quello che tira, ma creano una proposta musicale e artistica propria, usando un linguaggio comunicativo impeccabile sotto ogni aspetto, non inseguono l’hype del circo social, se ne fottono, perché credono in quello che fanno e lo vogliono fare così senza compromessi e senza annacquare la loro arte.


Francesco Pintore - foto di Antonello Franzil

 
I vostri lavori sono tutti orgogliosamente autoprodotti attraverso la Mizar Electric Waves. Quella dell’autoproduzione è una scelta precisa? Come vedi il mondo della produzione e della distribuzione musicale nell’ambito underground, sia a livello nazionale che a livello internazionale?

Viviamo in tempi dove ormai la musica è diventata liquida, non si vendono più dischi ed è molto difficile emergere anche nello stesso giro underground. Tutti parlano di tutto e di niente, e allora non puoi restare ad aspettare che un tizio col sigaro suoni alla porta della sala prove e produca i tuoi dischi. Devi tornare a come si faceva prima, do it yourself.
È per questo che Mizar, il mio gatto, ha preso le redini in mano, ha fondato la MizarElektricWaves e ha deciso di produrre Egon. I tempi in cui si registrava una demo e la si spediva a destra e a manca, nella speranza che qualcuno la notasse, in Italia è finito da un pezzo; modalità simili forse funzionano ancora a livello internazionale dove le etichette indipendenti hanno maggior attenzione nella ricerca degli artisti, come è successo ad Anna Calvi, notata in un live a Manchester da Bill Ryder-Jones che la propose subito alla sua label, la Domino Records. Cose simili in Italia non accadano più, e allora se non sei tu stesso che investi tempo e denaro nel tuo progetto musicale, chi pensi che potrà mai farlo?


Davide Falchi - foto di Antonello Franzil

Per salutarci domanda di rito: la facciamo a tutti... diciamo che avete la possibilità di “sponsorizzare” altre realtà underground del panorama musicale nostrano: quali consigliate ai nostri lettori?

Come dicevo prima, la situazione in Italia non è delle migliori nel campo culturale e musicale, ma per fortuna, in questi tempi edonistico-razzisti, c’è ancora qualcuno che combatte per la sua arte e la sua musica contro il pensiero qualunquista, superficiale e soprattutto ignorante che oggi imperversa in Italia. Mi viene in mente La Rappresentante di Lista, band con all’attivo tre album e una proposta musicale molto particolare e originale, soprattutto nei testi. In generale consigliamo a tutti di essere avidi di musica e di arte, non state fermi ad aspettare che i media vi imbocchino di quello che pare a loro, andate a scovare da soli quello che vi fa vibrare i sensi e soprattutto andate ai concerti, che è una delle poche cose che rende ancora vivi!

 
Grazie mille dalla redazione di UX!

Grazie a voi di cuore.


Gianpaolo Cherchi


egonband.bandcamp.com


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