Interviste

DI JACK SPARRA

Futta è un rapper di Sassari, attivo sin da adolescente nel movimento hip hop sardo come appartenente al gruppo Raighinas.

Il suo primo album da solista si intitola Collane & Coltelli, 18 tracce dense di realtà, rabbia, determinazione, e amore e orgoglio della propria terra (molte delle canzoni sono cantate in sardo sassarese), affrontate con una maturità di scrittura e una ricerca musicale non usuale per un debutto.

Collane & Coltelli è un disco a cui lavoravi da tempo, e al quale ti sei dedicato con dedizione, rivedendo i pezzi e rielaborandone continuamente le tracce. Riascoltandolo e ripensandoci, cosa rappresenta quest'album per te?

Quest'album rappresenta un punto di partenza, la mia presentazione al pubblico e a chiunque voglia ascoltare la mia musica. Lo considero il mio primo lavoro ufficiale perché, come ho detto anche in altre occasioni, sento di aver raggiunto una maturità artistica di base di cui credo che difficilmente mi pentirò in futuro. Ho voluto rappare più in italiano che in sardo sassarese, proprio per riuscire a far conoscere il mio modo di comunicare, il mio stile e le tematiche a me care; l'idea iniziale era quella di rendere chiara fin da subito la mia attuale aspirazione musicale, quella di creare un nuovo stile hip hop marcatamente mediterraneo, uno stile che puoi riconoscere subito, un po' come hanno fatto gli immigrati latinoamericani negli U.S.A.
In Collane & Coltelli ho voluto lasciare spazio anche a suoni più soul, combat rock, e a qualche beat più sperimentale, oltre che alla matrice tradizionale/popolare/cantautoriale, di modo da abituare me stesso e i pochi che mi seguono al percorso che voglio intraprendere, senza però buttarmici subito dentro senza avere l'esperienza giusta.


Le produzioni e la tecnica di scrittura, certe soluzioni cantate, prendono a piene mani dal folklore e dal cantautorato, elaborandole in una proposizione moderna. Quali sono le tue ispirazioni – musicali e non -, e in che modo ti rapporti ad esse nel concepire le tue canzoni?

Come tutti i rapper prendo ispirazione da tanti stili musicali e da tanti artisti diversi, non solo dall'hip hop. Alla fine questa musica è ricerca, se i rapper si ispirassero solo ad altri rapper si creerebbe una povertà culturale che sarebbe fatale per questa cultura "meticcia".
Come faccio ben capire le sonorità e i temi che più mi ispirano provengono dal cantautorato e della musica tradizionale/popolare, uso spesso dei campioni che provengono appunto dai pezzi dei grandi cantautori italiani o dalla musica sarda, corsa e ispanica, suoni perlopiù mediterranei, insomma. Per Collane & Coltelli mi son lasciato ispirare anche da gruppi come i Kenze Neke e i Clash, o dalle sonorità classiche dell'hip hop anni '90, come nella title track del disco prodotta da Pof. Per quanto riguarda i testi mi ispiro molto alla poesia e di nuovo alla musica popolare, per riuscire a dar loro un taglio sincero, comprensibile a tutti, in cui tanti possano rivedersi facilmente, tentando di affrontare temi più o meno complicati in maniera diretta e naturale, senza cadere in baratri intellettualoidi.
I rapper che più mi hanno ispirato credo che siano La Famiglia, il Colle Der Fomento e i Menhir. Penso che nel mio rap ci sia un poco di questi gruppi che, secondo il mio parere, son riusciti a comunicare con un loro stile personale, senza per forza cantare in lingua italiana, rivolgendosi a un pubblico eterogeneo e vario, più ampio rispetto a quello dei puri ascoltatori di rap. Inutile dire come questo sia uno dei miei obiettivi.


Tu canti sia in italiano che in sardo sassarese: parlaci di questa scelta, che è anche - e soprattutto - politica, e di tutto ciò che essa comporta. Inoltre, cosa rispondi a chi pensa che esprimersi in lingue locali e in dialetti possa comportare una sorta di autoghettizzazione della propria arte?

Questa scelta di rappare in sassarese, oltre che in italiano, è una scelta prima di tutto stilistica. Nella mia città ci sono già stati in precedenza alcuni esempi di rap in sassarese, io vorrei essere il primo a farne la propria bandiera, in modo che chi mi segue si ricordi che io sono l'MC di Sassari. Questa città è la madre di buona parte dei miei testi, anche se non parlano esplicitamente di essa: le mie esperienze le ho vissute qui, in base alle "regole non scritte" che ogni luogo ha e che contribuiscono a formare quello che sei e quello che racconti. Attraverso il sassarese riesco a comunicare in maniera più reale e vera le cose che voglio esprimere.
Per quanto riguarda il lato politico della mia scelta, non ho mai nascosto il mio essere un sardo indipendentista, che intende dare il suo contributo al tentativo di svecchiare questa lingua, provando, attraverso il rap, a salvaguardarla e darle magari una dignità che le è stata negata dal regime coloniale e dal collaborazionismo di alcuni sardi, che nei confronti della propria terra e del proprio popolo si sono resi colpevoli di questo e di altri delitti anche più gravi.
A chi afferma che rappando nella propria lingua naturale ci si limiti in un territorio chiuso, rispondo che io ascolto tantissima musica in lingue che non comprendo, ma questo non impedisce a questa musica di arrivare fino a me; ci sono tanti esempi di artisti che cantano nella propria lingua minoritaria, e nonostante ciò riescono comunque a diffondere le proprie canzoni. Del resto, il "problema" può essere facilmente aggirato tramite la pubblicazione di una traduzione del testo. Una lingua, una cultura, un'etnia in più nel mondo, rappresenta solo un'ulteriore ricchezza, una ricchezza che va rispettata e salvaguardata, anche e soprattutto attraverso l'arte e la cultura.
Per il futuro voglio intraprendere proprio questo percorso. Sto pensando molto seriamente di abbandonare la lingua italiana, per esprimere ogni genere di tema a me caro utilizzando la lingua di "tziddai". Io non credo che ciò costituirà un suicidio, anzi, sono convinto che rappresenterà un passo importante per me e per la mia musica, la renderà unica.
Nonostante i miei testi, in genere, tocchino spesso determinate tematiche sociali e ci sia molta introspezione, credo che nel profondo rimanga un po' di spazio per l'egoismo umano. Io sono questo, e sento la necessità di fare questa musica anche per far sì che non ci si dimentichi di me, sia pure solo nella mia città, magari con una via dentro le mura come Tony Del Drò, il quale, purtroppo, nelle targhe è ricordato come "cantautore sassarese", in italiano – cosa che trovo un controsenso. In un futuro più civile, spero di venire definito "cantadori sassaresu".

Jack Sparra

ARTICOLO TRATTO DAL NUMERO 12 - AGOSTO 2014

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