Suburbia

DI MARCELLA MUGLIA

"...per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti."



In Italia si inizia a parlare diffusamente di movimento No Global nel 2001, in occasione del G8 di Genova.
Le radici del movimento però le troviamo nelle campagne di sensibilizzazione e di protesta degli anni precedenti contro l’egemonia economica delle grandi multinazionali che, con il patrocinio degli Stati, intervengono in modo sempre più invasivo nella vita macro sociale o micro sociale che sia.
Semplificando un po’ si potrebbe parlare di opposizione al capitale globale, alla globalizzazione economica insomma, al potere smisurato di commissioni internazionali non elette che di fatto omologano gli standard sindacali del pianeta, determinando così un impoverimento generale della popolazione mondiale nonché una progressiva verticalizzazione della politica.

Ma andiamo con ordine (si fa per dire...): l’evento più significativo e identificativo del movimento è sicuramente la famosa “battaglia di Seattle” (Battle of Seattle, 30 novembre 1999), dove il WTO – l’Organizzazione Mondiale del Commercio – organizza un meeting per discutere e decidere sui nuovi accordi tra gli Stati membri; l’attenzione dei media si focalizza però sulle contestazioni: infatti sono più di 40mila le persone che protestano davanti alla Convention, contro quello che a tutti gli effetti è un vertice di decisione mondiale. L’evento passa alla storia e dà il via a tutta una serie di contestazioni e di approfondimenti anti-globalizzazione a catena. La varietà della composizione politica e culturale del movimento può dirsi inedita: ambientalisti, anarchici, marxisti, autonomi, libertari, radicali... ma anche liberali, moderati, socialdemocratici, fanno tutti parte della galassia No Global. Il principale bersaglio critico è comune: lo strapotere del WTO che sembra inghiottire gradualmente le sovranità nazionali, e con un relativo consenso dei paesi dell’occidente industrializzato: G7 prima e poi G8, con l’aggiunta della Russia.

Ma in che modo l’Organizzazione Mondiale del Commercio limita le sovranità nazionali?

Il WTO nasce nel 1995 come evoluzione del GATT, e al di fuori di ogni diritto internazionale riconosciuto dà vita ad una vera e propria Costituzione della merce. Non è un errore, Costituzione con la c maiuscola, sì! Perché stiamo parlando (ed è qui che arriva il pezzo forte), di una Costituzione dei diritti della merce valida su tutto il globo. Altro che villaggio globale... sfruttamento globale, dicono i No Global, ma perché? Perché se la multinazionale che produce e vende una merce X - della carne bovina ad esempio - utilizzando OGM o concimi che in altri paesi aderenti al WTO sono vietati, che succede? Succede che, siccome il diritto della merce dice che tutte le merci sono uguali e che hanno gli stessi diritti (e non è certo satira, eh...), ecco, nessuna merce può essere discriminata. Ed è qui che viene a mancare la sovranità nazionale: insomma, il paese membro che vieta la produzione di carne utilizzando OGM o particolari concimi è tenuto a vendere comunque (a non discriminare ) quella merce vietata, prodotta da un altro paese membro. A questo punto il paesello sfortunello deve decidere se discriminare la propria economia e autonomia nazionale o, al limite, pagare una bella sanzione al WTO.
L’Europa ad esempio ha pagato sanzioni miliardarie per non immettere nel mercato certa carne proveniente dagli USA. Gli esempi di questo tipo sono migliaia e l’indotto di conseguenze politiche e sociali è molto articolato: delocalizzazioni di industrie e grosse aziende in primis, perché anche il lavoro è una merce ed è chiaro che il commerciante cerca il prezzo migliore, quindi, via! Tutti all’est Europa o in Medio Oriente o nel Terzo Mondo per produrre a costi bassissimi (tutto ciò è stato determinante per il boom economico della Cina, ad esempio).

L’altra pressione indotta dal WTO (o dal neo liberismo mondiale, se volete) sugli Stati nazionali è tutta una corsa verso riforme via via sempre più liberiste, dove la circolazione della merce (al contrario di quella degli uomini) ha sempre meno controllo, e di conseguenza gli standard sindacali precipitano, passando magari per delle crisi colossali. Ne sappiamo qualcosa, mi pare... E naturalmente, sempre il WTO (o il neo liberismo mondiale, come preferite), con le sue decisioni determina delle conseguenze nefaste sulle politiche mondiali che riguardano l’ambiente: infatti lo stesso discorso di non discriminazione della merce vale anche quando questa viene prodotta con materiali o mezzi inquinanti. Va da sé che vengono compromessi gravemente gli standard sanitari e la stessa ricerca scientifica, legata oggi più che mai al potere delle multinazionali.

Queste in sintesi sono le ragioni del movimento No Global, che in tempi non sospetti, ben lontani dall’attuale crisi economica e finanziaria, si battevano per i diritti di tutti e per una giustizia globale. Altro che nazistelli populistelli complottistelli e stupidi coglioncelli che oggi parlano di euro: la bagassa dell’euro qua e la bagassa dell’euro là.
La decisione sulla nostra vita forse l’abbiamo presa allora, non vi pare? Vi ricordate i dibattiti su quei delinquenti di No Global, io sì. Me lo ricordo da che parte stavo, e mi ricordo da che parte stavano molti italiani che oggi si lagnano dell’euro. Chiudo la parentesi e torno all’ordine: in questo quadro politico si garantisce e protegge la libertà della merce e si perdono i diritti personali, come ad esempio consumare prodotti di qualità nell’ottica del rispetto delle persone e dell’ambiente. Tutto perché a regolamentare il mercato globale sono i vari organismi come WTO, Banca mondiale e FMI, ed è pur certo che questi organismi non si autolimiteranno mai nello sfruttamento delle risorse. Così intere nazioni cadono nella morsa del libero mercato: tra le altre cose, un impresa che delocalizza e poi delocalizza ancora, sfruttando al massimo il territorio su cui lavora, lascia alle sue spalle una certa devastazione non solo in termini ambientali e di risorse, ma proprio umana (e antropologica direi), basta guardarsi un po’ in giro...
Dalla battaglia di Seattle ne è passato di tempo: il movimento si è diffuso in tutto il mondo, se n’era parlato moltissimo a Praga nel 2000 per il Meeting di FMI e Banca Mondiale, dove c’era stata una violenta repressione da parte della polizia; e poi nell’aprile 2001 a Quebec City, per il vertice delle Americhe, stessa storia: qui la città venne addirittura isolata, e via lacrimogeni per contenere i manifestanti. A Göteborg nel giugno 2001 per il vertice Usa-Europa, in un clima di pesante tensione, la polizia ricorse agli spari, ferendo diversi giovani, uno in modo gravissimo. E poi c’è Genova, sempre nel 2001, in un clima di vera e propria guerriglia urbana morirà Carlo Giuliani. Dopo i fatti di Genova il movimento italiano parteciperà al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre nel febbraio 2002, e nel novembre organizzerà a Firenze il Forum Sociale Europeo con tutte le organizzazioni europee impegnate nel movimento. Seguiranno altri Social Forum, ma non è andata benissimo...

Da allora i politici (diciamo così), quelli grossi (il G8 insomma) hanno capito benissimo che la forza politica e storica del movimento stava lì, nei raduni, nei meeting mondiali, nei contro-vertici; dove culture antagoniste, pacifiste, moderate e rivoluzionarie si incontravano sotto la bandiera di valori e obbiettivi comuni: equità, autodeterminazione, giustizia, cose normali! Purtroppo l’hanno capito. Quindi che hanno fatto? Si sono nascosti, e i loro meeting se li sono andati a fare in montagna, nelle isolette e nell’affanculo. Ed è così che il movimento è stato battuto.

Marcella Muglia

Per gentile concessione di Uno:

Mi Ricordo del G8
C’erano i palloncini
e dei cortei rosa
e le tute bianche
e c’erano quegli stronzi di black block.
Dalla televisione – gnam gnam
mi hanno fatto incazzare
Quando li ho visti
Che rovesciavano le macchine
E sfasciavano le banche
Quei miserabili teppisti
Se ci fossi stato io
Gnam gnam
Poi vabbè, la polizia
Pure lei ha sfasciato macchine
E un po’ di teste
Vabbè
Quello è il loro lavoro
Cosa dovevano fare?
Gnam gnam
Uno

ARTICOLO TRATTO DAL NUMERO 14 - LUGLIO 2015

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