Suburbia

DI MARCELLA MUGLIA

Wu Ming è un collettivo di scrittori, narratori, musicisti che è riuscito a dimostrare il valore della collettività in un mondo così individualista come quello della narrativa.



Vediamo meglio insieme a Wu Ming 2 alcuni aspetti del loro percorso.

Nel ‘94 avete dato vita a quell’eroe popolare che, sotto il nome di Luther Blissett, ha creato un divertente scompiglio nel benpensante mondo culturale, prendendosi gioco anche dei grandi della comunicazione. Cosa è cambiato in questi anni nei modi di fare informazione?

Luther Blissett si muoveva in un contesto dove internet era appena agli inizi, soprattutto nelle primissime fasi del progetto.
Da parte dei giornali c’era molto meno di oggi l’abitudine a confrontarsi con il falso, nonostante anche oggi pubblichino notizie senza fondamento e nonostante anche oggi dei passaparola falsi in rete riescano ad acquistare grande eco.
Quando Luther Blissett cominciò a diffondere il suo scompiglio lo faceva tramite le rubriche delle lettere al direttore: ci eravamo resi conto che se alla redazione di un giornale arrivavano molte lettere di cittadini comuni scandalizzati per l’evento ics, pian piano l’evento ics per quanto inesistente riceveva una certa attenzione. E quindi cominciammo a far comparire sui giornali locali e sulle reti nazionali, delle false notizie che avevano sempre uno scopo pedagogico: nel senso che queste false notizie puntualmente venivano poi rivendicate da Luther Blissett, il quale spiegava come aveva confezionato quella bufala, come i giornalisti c’erano cascati. Non era soltanto un modo per mettere alla berlina i giornali: noi lo consideravano un metodo omeopatico e volevamo curare la malattia dell’informazione, ma non con il rimedio opposto, che è la controinformazione... la nostra idea era che invece si poteva cercare di far cascare il potere nella sua stessa trappola, spiegando però come la trappola era stata costruita.
Questo, secondo noi, avrebbe immunizzato nei confronti di quell’atteggiamento in base al quale ciò che dicono i media è vero perché l’ha detto la tv o perché è scritto nei giornali.
Da allora è passato molto tempo e in parte questo atteggiamento critico è passato nel bagaglio culturale delle persone, nel senso che c’è maggiore diffidenza verso la carta stampata e la televisione; oggi paradossalmente c’è minore diffidenza rispetto alla fondatezza delle notizie che girano in rete, quindi “l’ho letto in rete” sta diventano un nuovo certificato di garanzia.


Dove, secondo voi si può trovare un giornalismo libero e indipendente?

Veniamo spesso considerati alla stregua di giornalisti, ma non lo siamo: noi siamo scrittori, siamo narratori, per certi versi siamo anche il contrario del giornalismo, nel senso che raccontiamo storie, mescoliamo finzione e realtà, invenzione e realismo.
Ci sono sicuramente dei piccoli siti che tentano di fare cose molto interessanti, penso al ruolo che ha avuto rispetto all’informazione in paesi come la Cina e l’India un’agenzia come China Files, che è stata messa in piedi da giornalisti indipendenti liberi.
Sicuramente ci sono anche giornali che pubblicano servizi di giornalisti bravi capaci indipendenti, senza per forza piegarli alla linea del giornale: penso al sito di Internazionale e alla rivista cartacea, penso a certi articoli che compaiono sul Manifesto, o su Vice, che oggi è sicuramente un sito interessante per tutto quel che riguarda il reportage anche narrativo, penso a certe cose su Pagina 99.
Insomma si possono trovare le cose, magari non è facilissimo avere un referente unico dove sai di trovare un giornalismo indipendente e attendibile.
Forse conviene di più seguire determinati giornalisti che non determinati giornali o testate, perché spesso all’interno di questi contenitori il livello è davvero molto altalenante: si va da cose interessanti e approfondite a cose assolutamente illeggibili.


Nel 2000 nasce il collettivo Wu Ming con cui avete dato vita a una forma di narrazione di gruppo. Quali sono i vostri obiettivi, o il messaggio che si cela dietro questa posizione stilistica?

I nostri obiettivi sono quelli di continuare ad esistere: sopravvivere continuando a scrivere insieme, non farsi silenziare, non farsi distruggere dalla crisi economica, portare avanti un progetto che è contemporaneamente scrittura, narrazione, politica, opinione, presa di posizione intellettuale, un progetto che è molto più ampio di noi; sempre di più su Giap, il nostro blog, e anche dalla Wu Ming Foundation germogliano altri collettivi, gruppi di studio, di lavoro, ospitiamo altri blogger, facciamo laboratori, abbiamo anche dato vita a una sezione musicale.
Insomma c’è una compagnia che è venuta a salvarci, fossimo solo noi tre sarebbe molto difficile!
Il messaggio che si cela dietro questa posizione stilistica è molto semplice: cerchiamo di affermare la possibilità di portare avanti un lavoro collettivo all’interno di un ambito della collettività artistica che è sempre stato considerato prettamente individuale, come la scrittura, la letteratura, la narrativa; pensiamo che portare avanti un discorso collettivo in un ambito così individualistico sia un’affermazione del valore della collettività, rispetto all’individualismo imperante: in qualche modo è anche un affermazione sull’amicizia, un tempo i filosofi ci scrivevano sopra dei trattati, ora invece la si usa in maniera impropria come quando si dice che si è amici su Facebook, oppure la si dà per scontata, o si pensa che parlarne sia poco interessante.
A noi piace ribadire che quello che facciamo lo facciamo non soltanto perché negli anni abbiamo migliorato un metodo e abbiamo studiato, ma fondamentalmente perché siamo amici, con tutte le difficoltà del caso. Ovviamente amico non è una parola per forza pacifica, vuol dire anche persone che imparano a litigare, persone che imparano a stare insieme anche dissentendo o che imparano a separarsi al momento giusto. Nella storia del collettivo siamo stati quattro poi cinque poi quattro, ora siamo tre... quindi diciamo che tutto questo è anche una storia di amicizia e ci piace sottolinearlo.


Perché secondo voi l’autore spesso resta ingabbiato nel meccanismo dell’essere celebrità, compiacendosi del suo ruolo e del suo personaggio?

Beh perché l’autore fondamentalmente è uno stronzo; Molto spesso gli autori, gli artisti, i creativi non vedono l’ora di essere presi in considerazione, di vedere il loro nome sui grandi giornali, di essere acclamati, di essere benvoluti, anche se questo significa cedere a tutta una serie di lusinghe, o significa modificare il proprio messaggio.
Le regole del mercato hanno bisogno continuamente di nuove figure da spacciare, e sono molte le persone che cadono in questo meccanismo.
Non c’è niente di male nel cercare di far conoscere un proprio prodotto a un pubblico il più possibile vasto, però pensiamo che faccia la differenza se l’accento viene posto su quello che l’opera contiene, cioè sulla narrazione, sul contenuto, piuttosto che sulla vita privata di chi quel contenuto lo ha messo in una certa forma e lo ha firmato. Va da sé che il singolo autore subirà sempre un certo tipo di pressioni e farà fatica, in quanto solo, a resistere: “Abbiamo un pubblico. Perché non ci dai qualcosa per quel pubblico?”. Questa è la pressione che di solito viene fatta sull’autore, che spesso finisce per compiacere il suo stesso pubblico.
Credo che l’opera d’arte debba sempre evocare un pubblico che ancora non esiste. Che si formerà attraverso quel romanzo e il romanzo successivo deve produrre un ulteriore scarto; invece se si concepisce l’opera per un determinato pubblico, allora non è più arte ma diventa propaganda.
Se si è in gruppo, in collettivo, la resistenza a questo tipo di pressione può essere più efficace.


Ne L’invisibile Ovunque, siete passati dal noi all’io, c’è un motivo o un esigenza particolare in merito a questo cambiamento di cui volete parlare?

Diciamo che siamo passati da un romanzo concepito in modo corale a un libro che ha decisamente dei protagonisti individuali.
Sono 4 racconti, 4 storie, e ogni storia ha il suo protagonista ben preciso.
Volevamo sperimentare una forma diversa rispetto a quella del romanzo, volevamo occuparci della prima guerra mondiale e abbiamo scelto la formula dei racconti; abbiamo discusso insieme la trama e ce li siamo divisi, ognuno ha scritto il suo, e poi ognuno lo ha consegnato agli altri soltanto alla fine, e insieme, come siamo abituati a fare, abbiamo lavorato alle modifiche; a quel punto il racconto di ciascuno non era più il suo racconto ma era il nostro libro.
Scrivendo da soli è stato più semplice individuare un personaggio su cui puntare.
La storia racconta quattro tipi di fuga dalla prima guerra mondiale di gente che si è trovata dentro una prigione esistenziale, e ha dovuto trovare una via di uscita.
Questa via ci interessava investigarla dal punto di vista individuale.


Nei vostri libri si parla spesso di rivoluzione, ne L’Armata dei sonnambuli (Einaudi 2014) così come Q (Einaudi 1998) e altri.
Parlando di rivoluzione come cambiamento, il movimento No Global poteva rappresentare una speranza in questo senso?
Se sì, cosa è andato storto?


Avevamo ragione e siamo stati sconfitti, ha detto qualcuno...
però a me viene da dire che un movimento non si misura soltanto su quanto ha resistito e su quanto ha ottenuto nell’immediato.
Un movimento si misura anche sulla sua eredità, su cosa ha lasciato, su cosa ha intravisto e previsto... e molte tematiche che vengono affrontate oggi il movimento No Global le ha messe sul piatto per primo: le critiche a un certo tipo di organizzazione del mercato, della merce, del consumo e dell’uso delle nostre città. Sicuramente oggi ci sono più orecchie disposte ad ascoltare, e sebbene non fosse il cambiamento che ci aspettavamo credo che qualcosa sia stato messo e che sia rimasto.


Fate arte, musica, e vi occupate di informazione e di politica: vi trovate più a vostro agio nel ruolo di artisti e scrittori, o in quello di intellettuali, giornalisti?

Giornalisti non lo siamo di sicuro, possiamo anche fare dei buoni reportage, ma sono sempre molto faziosi: nel nostro account Twitter il motto è che fazioso è una parola bellissima. Per un giornalista non è così e non deve essere così.
A noi piace definirci narratori, cantastorie perché il nostro motivo di esistere è raccontare storie con ogni mezzo necessario.
Le storie riescono a raccontare il mondo, a comprenderlo meglio, a immaginarne uno diverso, a costruire i nostri sogni, a tenere in vita amicizie e compagnie, a combattere l’egemonia culturale.
Raccontare storie è un’arma molto potente, il potere la utilizza in tutti i modi possibili, e noi dobbiamo cercare di fare altrettanto, dobbiamo imparare a farlo tutti quanti e non soltanto alcuni specialisti.

Marcella Muglia

ARTICOLO TRATTO DAL NUMERO 15 – MARZO 2016

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