Suburbia

DI MARCELLA MUGLIA

Poetry Slam è poesia, poesia e ancora poesia!


Poetry Slam è poesia, poesia e ancora poesia!
Non la poesia noiosa, lagnosa e distante dei libri di scuola, no no… qui parliamo di una poesia viva, popolare e - perché no - spettacolare!
Il Poetry Slam è un movimento che nasce in America, e che trova le sue radici nei valori della Beat Generation: spirito rivoluzionario e passione per l’arte performativa. Durante le gare i poeti si alternano sul palco con i loro pezzi, sono dei veri performer: in tre minuti al massimo di esibizione recitano i loro brani sfruttando tutte le potenzialità vocali e fisiche per esprimersi al meglio e conquistare il pubblico presente. Il confine con il cabaret per qualcuno è labile, ma un po’ di spettacolo in ogni caso rende la manifestazione colorata e divertente. Il collante vero resta comunque la poesia, intesa come arte per tutti, che attraverso i frammenti di vita di ogni artista racconta idee, pensieri, emozioni ed esperienze... ai confini della realtà! Il tutto si svolge sotto la direzione attenta e irriverente di un MC (Master of Ceremony): il termine è stato preso dall’hip hop dove lo Slam trova sicuramente le sue radici come arte di strada e come competizione a suon di battute... schiaffeggianti!
Il Poetry Slam è una realtà - diciamo così - “rivoluzionaria” che prende le distanze dal mondo accademico, non per niente si affrontano spesso temi di protesta e di critica politica e sociale, per quanto i valori fondanti del movimento restano quelli del dialogo, della tolleranza e dell’apertura al prossimo. L’intento sarebbe quello di ravvivare la poesia attraverso un’oralità performativa, di rinnovarla e di trasmetterla alle nuove generazioni cercando di coinvolgere tutti gli appassionati, muovendosi rigorosamente e tenacemente dal basso. I poeti si esibiscono a turno sul palco e sono votati dal pubblico con applausi, con alzate di mani, e di piedi... non esiste una giuria di specialisti, ma una giuria esiste e viene scelta a caso tra il pubblico, secondo l’istinto e la saggezza oracolare - per non dire lisergica - dell’MC. Insomma viene fuori che il pubblico dei Poetry Slam partecipa direttamente alla manifestazione diventandone il protagonista in un certo senso, e seguendo spontaneamente la massima di Marc Kelly Smith per cui “la poesia non è fatta per glorificare il poeta, essa esiste per celebrare la comunità”.

Slam Alghero

Ma andiamo ai primi Slam: organizzati a Chicago proprio da Marc Kelly Smith (operaio con la passione per la poesia) avevano l’obiettivo generico di coinvolgere il pubblico in letture ad alta voce, era il 1984.
Due anni dopo Marc, insieme a Dave Jemilo proprietario del jazz club Green Mill di Chicago (famoso per essere frequentato da Al Capone) organizza una vera e propria competizione di poesia, dando il via a una serie di successi in tutti gli USA e successivamente anche in Europa. In Italia il fenomeno è esploso - per così dire… lentamente - dal 2001 grazie a Lello Voce, primo MC al mondo a organizzare uno Slam Internazionale in cinque lingue diverse durante il Big Torino 2002, al Museo del Cinema, nella Mole Antonelliana. Oggi grazie ai tanti pionieri esuberanti e spericolati che hanno organizzato gare nelle diverse città italiane, lo Slam è diventato molto forte e conosciuto: da circa tre anni la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam) organizza il campionato nazionale, e da circa un anno esiste un campionato studentesco che coinvolge allievi e insegnanti di parecchie scuole italiane. A quanto pare la voglia di poesia sta contagiando un po’ tutti...
Ora vediamo di cogliere qualche altra chicca sul mondo del Poetry Slam con questa intervista a Sergio Garau: classe 1982, poeta, performer, redattore, traduttore, iperconduttore di laboratori e serate; in tour con gli Slam dal 2001.


Da quanto tempo ti dedichi allo Slam, cosa ti ha dato in tutto questo tempo che lo pratichi? E cosa pensi di dare...

La prima volta che ho visto uno slam è stato nel 2002 nella Mole di Torino. Il pubblico si allungava sui divanetti rossi e tra mostri, templi e statue del Museo del Cinema si teneva un Poetry Slam internazionale, in più lingue, il primo mai fatto a quanto pare. Lo presentava Lello Voce. Il giorno dopo, a Caraglio, il mio laboratorio collettivo di scrittura sparajurij veniva chiamato a partecipare a un altro slam. Di lì a poco mi trovavo in un baretto di Torino, piccolo e strapieno, a leggere i miei testi in gara con altri, e da quel momento è diventata una droga: tra i poetry slam nei festival di poesia a Roma, Parma, Bolzano e quelli dei locali di Berlino, tra la coppa del mondo a Parigi nel 2007 e le residenze artistiche in Olanda e a Madeira, fino all'organizzazione dei primi campionati italiani di questi anni e del Poetry Slam Sardegna.
Lo slam mi ha dato possibilità esplorative, aperture, prospettive, canali, percorsi, contatti più o meno fisici, contrasti, sfide e schiaffoni tra realtà e immaginazione. In un certo modo, anche facile e immediato a volte, lo slam può affidare una parte, un ruolo sociale per il poeta o per chi ne fa le veci - che sia per una sera, per un paio di mesi o, nei casi più irrecuperabili, per una vita.
A me lo slam ha consegnato un piccolo codice d´accesso a diverse comunità e zone temporaneamente autonome - viva Hakim Bey - una buona scusa per viaggiare, l'allucinazione collettiva di una guerriglia di voci dove non sono i poeti a sbranarsi l´un l´altro nell'arena, ma l'insieme a lanciare un piccolo attacco polipoetico al potere, e poi un altro, e un altro ancora, vincendo qualche battaglia, e mai la guerra.
Per quanto riguarda l'organizzazione conto di proseguire nell´impegno di questi ultimi anni per il Poetry Slam Sardegna con Giovanni Salis (segretario regionale L.I.P.S.), i preziosi uditori, gli esseri umani senzienti e illuminati sparsi un po' per tutta l'isola e il manipolo di poeti performer sempre più agguerrito che si sta animando in questi anni. In particolare mi interessa far presente questo armamentario a chi si sta affacciando ora al mondo e trabocca di un desiderio di espressione che non sa che farsene, che forma dargli, come trasmetterlo ai suoi pari o a un pubblico. Parlo dei più piccoli, dei cuccioli di poeta in erba, magari non ancora in acido, adolescenti più o meno incazzosi. Vorrei insomma proseguire il lavoro iniziato con le scuole proprio quest'anno, in cui siamo riusciti a mandare due ragazzi sardi ai primi campionati italiani under 20 di Poetry Slam.


Ti piace giocare con le parole, con i suoni, dimmi un po’... che definizione daresti alla poesia oggi? C‘è tanta differenza dalla poesia tradizionale?

Il gioco di parole in sé e per sé può divertire e ci si può lasciare andare, ridondare, framartinire fino allo scamparimento, solo che poi ci si prosecca un po´ nello sceccheramento delle lallazioni fini a se stesse, preferisco infatti quando dietro lo scarto della lingua, magari anche inventivo, si trova comunque un senso, un nodo da dire. Definire la poesia oggi o ieri o domani è un casino che lascerei volentieri ad altri, la si può risolvere dicendo poesiapoesiapoesiapoesiapoesiapoesiapoesiapoesiaparapaponziponzipoesiaesiaesiaesiaesia-ia-ia-o, o affermando che è poesia quando si va accapo come ha detto qualcuno. Ad ogni modo la definizione che preferisco è: la poesia è un´ascia per rompere il lago ghiacciato che è dentro di noi. Non è mia ma di Zizzu Kafka, e per lui era il libro come un'ascia, non la poesia (ma fa lo stesso, l'importante è rompere), perché si era lasciato affascinare da questa moda gutenberghiana.
La poesia infatti è nata con la voce e con il corpo ed è solo negli ultimi secoli che si è imposta questa moda della poesia stampata e rilegata da leggere in silenzio.


Hai partecipato a Slam in Europa e in America. Dai, raccontaci qualche aneddoto, chi è il più pazzo?

Pazzi ce ne sono a bizzeffe nel mondo della poesia e dello slam e stabilire i più pazzi sarebbe attività parecchio gustosa. Il primo che mi viene in mente è Jaan Malin, anche noto come Luulur, poeta estone di Tartu, figlio d´arte di un pittore surrealista, molto alto, molto magro, cabbu-piuttosto-mannu (testa grande ndR.), le sue performance riprendono dalla poesia concreta e sonora, qualcosa da John Cage e dal cantato growl direi: va sul palco e si lancia in una serie di versi e smorfie gutturali o acute in una lingua che si inventa in base al pubblico e al posto dove si trova. A volte c`è il rischio che scenda dal palco e si fermi di fronte a ciascuno dei presenti per qualche secondo, in minaccioso silenzio, finché non è passato davanti a tutti la poesia non finisce.
Anche sulla nostra isoletta in quanto a bella follia non scherziamo: tra il tassista Roberto Demontis che recita le poesie ai clienti in vettura prendendosi mance ed applausi, l´Ignazione Chessa nei suoi grammelot travolgenti e i suoi Buoncompleanni, il capitan pirata della Grande Nave Madre Andrea Doro pluricampione dell´anti-slam (la gara per il peggiore poeta) e tanti altri che, chi più chi meno, una dose di follia ce l'hanno, giusto solo per spingersi al punto e al momento in cui tutti stanno zitti e ascoltano e solo uno, al centro, illuminato, prende voce.


Esistono polemiche intorno allo slam?

Certo che esistono polemiche, c'è un'ampia varietà di specie e gusti in materia: interne, esterne, trasversali, controverse, amarena, pistacchio, fondente, soprattutto fondente, e quasi tutti se ne fanno due palle. Chi si lamenta dello slam è spesso perché trova che alla poesia non si possano dare punteggi, perché ha difficoltà nell'accettare che con la poesia si possa anche ridere, perché sostiene che la qualità dei testi letti sia bassa… ci sarebbero poi tante altre questioncine anche se spesso si tratta di critiche un po' superificiali e facilmente smontabili. A chi dà fastidio che si faccia una gara, una competizione di poesia, si può ricordare che la scelta dell'uno al posto dell'altro fa parte non solo di un qualsiasi tradizionale premio di poesia, di cinema, di cani, cavalli o carciofi, ma, se ci si pensa, anche del quotidiano di ognuno: quando si decide di leggere un libro di Leautréamont invece di Faletti, di restare a casa a giocare a Candy Crush sul divano invece di andare per strada a giocare a Pokemon GO, di mangiare una melanzana o una lumaca, si sceglie e si giudica… poi, certo, dire una poesia con voce e corpo e subito dopo vedersi dei numeri dati da sconosciuti presi a caso nella pubblica piazza è diverso dal mandare un testo a un concorso e ricevere una mail. Comunque, almeno all'inizio - cum petere - pare volesse dire: tendere insieme allo stesso scopo.
E a proposito della qualità dei testi a uno slam, a volte son belli, a volte meno, a volte no… ma se pensiamo a tutta la merda che viene pubblicata su carta capiremo che è una questione più ampia; la differenza sta nel fatto che nello slam il pubblico è lì e te ne accorgi se sta ascoltando o meno, oltre a essere spronato a dire che ne pensa, mentre una volta che qualcuno si porta un libro a casa, chi lo sa che cosa se ne fa, magari ha un tavolo che balla e tu hai scritto lo spessore preciso per il caso suo. Ci sono poi certo le polemiche su chi ha venduto lo slam, o almeno ci ha provato, sulla differenza tra cercare sponsor per lo slam o sponsorizzare un prodotto attraverso lo slam - questioni che hanno forse più senso in Germania, dove in effetti lo slam, più popolare, riceve anche più interesse di aziende private, ma che si son poste anche in Italia.


Un aspetto molto bello dei Poetry Slam sta nella capacità di creare comunità intorno alla poesia, al di là della competizione. È veramente così, oppure tra poeti vi fate sgambetti e vi odiate a morte?

Eh eh, beh, c'è l'uno e c'è l'altro… d'altra parte nelle comunità, che siano di hippie, pensionati, dipendenti dello stato o delle droghe o dei social media, di filatelici, cinefili o cinofili non sono sempre rose e fiori. Nello slam c'è chi si sbatte per la comunità di umani, di poeti e di uditori, e chi invece è quasi o del tutto preso da se stesso così che la comunità diventa una sorta di contorno ombelicale del suo ego. A ben vedere tutti o quasi in questo circo freak-show hanno un po' dell'una e un po' dell'altra sostanza, chi più in odore di equilibrio di comunità, chi di overdose di ego.
Certo i confronti sono sempre positivi, anche se a volte la sindrome del casellante di Fargo è spietata e ci si rattrista a pensare che anche da uno sputo di potere se ne trae la perversa gioia dell'esercitarlo, anche in un mondo così piccolo come quello della poesia. Insomma le pisciatine territoriali, i rigonfiamenti del petto e i virtuali malditesta elettronici non mancano neanche qui dato che si tratta di una comunità, lo è nel bene e nel male, con tutto quel bel pacchetto completo che si portano dietro i bipedi implumi che non siamo altro.

Marcella Muglia

UNDERGROUND X 16 - OTTOBRE 2016

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