Suburbia

di Marcella Muglia

Quel grand'uomo di Hegel nella celebre Fenomenologia dello spirito teorizzava l'inferiorità della donna, giustificata dalle esigenze della realizzazione dello Spirito, nel senso di geist, spirito del tempo. Secondo il filosofo, fratello e sorella uscirebbero dalla famiglia in modi diversi e per raggiungere scopi differenti: il fratello per realizzarsi come individualità nell'universalità, la sorella invece per entrare in un'altra famiglia come moglie e madre.
Già nei primi dell'Ottocento si erano fatte sentire le prime prese di posizione contro la teoria di Hegel e dello stesso Rousseau che nel suo Emilio relegava le donne ai ruoli tradizionali di madri e spose, per esempio con Olympe de Gouges o con Mary Wollstonecraft.



Ma le risposte più irriverenti arrivano negli anni settanta del secolo scorso con Carla Lonzi, femminista e critica d’arte, e il suo “Sputiamo su Hegel” (1970): una critica alla teoria del filosofo tedesco ma sopratutto una presa di coscienza sulla condizione della donna nel mondo. E sempre in quegli anni diventa celebre il saggio "La donna clitoridea e la donna vaginale" (1971) dove Carla ribadisce la centralità del clitoride nei rapporti sessuali, per cui la donna deve liberarsi dell'idea della sua sessualità come necessariamente passiva. "Piacere e Riproduzione saranno anche comunicanti ma non coincidono" scrive l'autrice, punto che resterà importante per la storia dell'emancipazione femminile. Niente madonne laiche col bambino insomma, niente più zitelle frigide, niente più tette e culi castigati o al massimo celebrati in televisione come prolungamento dell’ego maschile e del suo potere. La donna clitoridea della Lonzi va in questa direzione e riappropriandosi del proprio corpo trae un piacere sia sessuale che esistenziale: sembra paradossale ma in un certo senso attraverso il clitoride la donna libertina e libertaria si riappropria della sua anima, un po’ come avviene nel celebre Nymphomaniac di Lars Von Trier (anche se molte neofemministe l’hanno presa male). Il punto è che seguendo il pensiero della Lonzi la donna non deve mica sentirsi in colpa nella ricerca del piacere nel rapporto sessuale, deve invece prendere piena coscienza di sé nella sessualità. I maschietti più ortodossi possono comunque stare tranquilli e anzi dovrebbero andare a leggersi un po’ “La donna clitoridea e la donna vaginale” ma non perché ci sono le figure (non ci sono), ma perché possono trovare consolazione nella donna vaginale: quella tutta trucco piccante e calze a rete che magari non prova orgasmi destabilizzanti ma è bravissima a farlo credere, e in conclusione a far credere al suo uomo tutto ciò che vuole. Freud parlava semplicemente di isterica invidiosa del pene: e così la donna sottomessa (ma molto accattivante, come gli anni ottanta ci insegnano e ci impongono, carica di una sensualità da bordello) in conclusione cerca il pene per una questione di potere, di riconoscimento da parte del potere, e non per appagamento sessuale.



Insomma la donna vaginale è quella figura inventata e creata dall’uomo, legata al rapporto con l’uomo da cui dipende sessualmente, e in questa situazione idilliaca trova il massimo appagamento nel soddisfare l’uomo, mica se stessa, perché seguendo Carla Lonzi, la donna vaginale non ascolta il proprio corpo e non può avere coscienza di sé. Magari qualche volta la donna vaginale si sente in colpa e pure sporca: ma fortunatamente ancora oggi ha la possibilità di andare a confessarsi dopo il rapporto sessuale.
Pene potente uguale Potere. Con Carla Lonzi viene fuori finalmente il problema di fondo della condizione femminile, ma che più in generale non esclude la condizione dell'uomo nei suoi rapporti di oppressione e sottomissione, obbedienza e autoritarismo.
Va da sé che sotto attacco c’è il sistema patriarcale (termine che oggi suona anacronistico, ma può essere benissimo rimpiazzato dal più gentile “rapporti di potere” e il significato non cambia) con a capo l'uomo che ha il pieno potere politico, morale, educativo, sociale. È un sistema che ha come struttura ossea l'oppressione e la sottomissione: la donna rispetto all'uomo, la moglie rispetto al marito, ma anche il figlio rispetto al padre, il giovane rispetto al vecchio, o ancora l'operaio rispetto al capo (oggi si dice il precario rispetto ad Amazon, o al limite al datore di lavoro). Obbedienza e sottomissione regolano i rapporti di potere, e quindi tutti gli aspetti della vita sociale e familiare. Potere come occhio orwelliano che decide cosa è bene e cosa è male, che toglie la scelta, che soffoca l'individualità, che non accompagna ma impone, che non protegge ma rende deboli, non educa ma manipola. Il potere è nella famiglia, nella società, nella cultura, nelle calze a rete, nel rossetto dal sapore schifoso e nelle barbie stronze con cui ci hanno fatto giocare da piccole.

Le teorie libertarie contestano tutto questo proprio perché vedono nel patriarcato (e dai con l’anacronismo, ma ci siamo capiti) l'origine del potere e la causa del dominio e della discriminazione. È necessario il suo superamento per la conquista della libertà individuale e collettiva, vagina compresa. Il movimento femminista è cresciuto al fianco di queste teorie, l'anarchismo per esempio emerge proprio nell'Ottocento così come il primo femminismo organizzato.
Non a caso proprio in quegli anni una certa Mary Wollstonecraft, una vera donna clitoridea, ha combattuto tutta la vita contro il conformismo, i pregiudizi e le ingiustizie sociali, e si è sposata con William Godwin, il famoso precursore dell'anarchismo. Wollstonecraft era anche madre di Mary Shelley, quella che ha creato Frankenstein, che se non l’avete capito è una sublimazione dell’idiozia fallocentrica del maschio al 100% (si scherza ovviamente).



E dire che oggi a guardarci attorno ce n’è parecchi di Frankenstein, dentro e fuori dalle case e purtroppo dentro le nostre anime vaginali. Basta accendere la televisione e dare solo un'occhiata a certi programmi per vedere chiaramente come il problema sia ancora vivo. La cosa più triste e scandalosa è che la donna stessa continua a considerarsi un bene sessuale, legata com’è ai modelli di subalternità vagina pene invidia del pene orgasmo finto, ma vero finché ci credono tutti, finché ci crede l’uomo, Frankenstein.

Probabilmente Mary Shelley avrebbe scritto un nuovo best seller ispirandosi alla recente polemica sulla maternità surrogata: le posizioni contrastanti ricordano altri best seller tipo Totem e Tabù e 1984. Ed ecco le neofemministe da una parte (clitoridee o vaginali lo stabilirà qualche Wollstonecraft o Carla Lonzi del futuro) che denunciano l'ennesima schiavitù per la donna che vende-dona-affitta il proprio corpo; e dall’altra le famiglie Arcobaleno (sempre clitoridee o vaginali come vorrà la storia) che difendono questa pratica e parlano invece di libertà della persona, di scelta e di autodeterminazione, di utero solidale.

Le critiche più forti e più autorevoli in un certo senso, per quanto occultate dai media, arrivano da ArciLesbica (lasciando stare bigotti e cattolici ovviamente) perché la pratica in questione farebbe del corpo della donna una risorsa a favore dell'industria della riproduzione, mentre il bambino sarebbe un prodotto con un preciso valore di scambio. Quantomeno il dibattito sull'utero in affitto resta comunque serrato sulla libertà della donna, e qui si potrebbe lanciare un nuovo slogan: l’utero è mio, ma anche il tuo utero è mio (si scherza ovviamente, personalmente sono curiosa di vedere gli sviluppi della faccenda dal momento in cui anche agli uomini verrà data la possibilità di avere un loro utero). Comunque gli interrogativi rispetto al problema sono tanti e bisogna cercare delle risposte convincenti, soffermandosi innanzitutto sui concetti cardine che determinano la via libertaria e liberatrice della donna e dell’uomo. Concetti che fino a poco tempo fa erano scontati e chiari, ma che già Orwell e altri libertari ne avevano intuito la manipolazione. Libertà o Privilegio? Diritto o schiavitù? È evidente che oggi basta modificare un miserabile punto di vista per trapassare serenamente da uno di questi concetti al suo opposto. L’operazione è indolore, scontata, è diventata un’opinione e non ce ne siamo accorti. Piano piano la capacità di giudizio critico si sta adattando alle esigenze del potere, per quanto siamo più liberi e più uguali, ma come ha detto il saggio “qualcuno è più uguale di tutti gli altri”.

Il punto è che ancora oggi viene rispettato e riconosciuto il modello di donna che si sacrifica, che si dona per il bene altrui. Una volta lo si doveva fare per forza di cose, ora si potrebbe scegliere e vendere, e vendersi (in fondo che male c’è? è il mercato bellezza). Insomma la libertà per la donna in qualche modo oggi coincide con la libertà per il mercato, e in piena linea con la logica capitalistica ciò che non è possibile avere è possibile averlo… basta comprarlo.
Comunque il dibattito resta aperto: la libertà femminile dov'è? Nella vagina, nel clitoride o nell'utero? Chissà cosa direbbe una Wollstonecraft, o una Lonzi, o una Mary Shelley.
 

Marcella Muglia


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